La Parola, il Silenzio, l’Arte di Comunicare

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La Parola, il Silenzio, l’Arte di Comunicare

Lo spunto per questo ’articolo mi è venuto dalla lettura di un libriccino scritto nella prima metà del XVIII secolo dall’Abate Dinouart e che giudico sorprendentemente attuale: “L’’Arte di Tacere”. Parlare e tacere costituiscono due poli opposti e inscindibili della comunicazione. Si comunica parlando ma anche tacendo. Non si può non comunicare, anche quando si tace. La comunicazione è inevitabile come inevitabile è la relazione, il rapporto con gli altri. Anche la persona che si prefigge di chiudersi in sé stessa, di non comunicare, in realtà manda comunque agli altri un messaggio: quello appunto di non voler comunicare, un messaggio di ostilità. Questo in psicologia si chiama meta messaggio o messaggio di relazione per distinguerlo dal messaggio di contenuto che è quello che si appalesa verbalizzando i contenuti del nostro pensiero. Ad esempio: se durante una conversazione ad un certo punto chiedo all’altra persona “che ore sono” apparentemente desidero conoscere l’ora (messaggio di contenuto) mentre in realtà gli comunico che sono annoiato della sua presenza e mi vorrei subito congedare (meta messaggio di relazione). Il messaggio di relazione o meta messaggio viene anche definito non verbale o metalinguistico perché si veicola attraverso altri strumenti della comunicazione: l’espressione del viso, il tono della voce, lo sguardo. Da quanto detto si capisce quindi che la comunicazione è inevitabile. La comunicazione, inoltre, costituisce uno strumento indispensabile per la conoscenza: l’uomo può conoscere se stesso e gli altri solo comunicando. Ciò in quanto l’uomo non esiste come entità in sé, ma tale entità ha senso solo nel suo essere in relazione con il mondo, con gli altri. E’ questo, ontologicamente, il tratto che lo contraddistingue come uomo e che rivela la sua più intima natura, la sua vera essenza. Ma se riflettiamo sul fatto di essere in continua relazione con gli altri, se diventeremo consapevoli di questo, allora comprenderemo la grande responsabilità che abbiamo di fronte a noi stessi e agli altri: la necessità e il dovere di saper comunicare, di essere accorti e consapevoli in questa difficile arte in virtù della quale possiamo, nel processo di relazione con gli altri, crescere e progredire nella conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda, o viceversa, regredire e impoverirci: chi non sa comunicare è una persona povera.

Ma allora se la parola, o meglio, il linguaggio (sia verbale che metalinguistico o non verbale) è il veicolo principale della comunicazione, a cosa può servire il silenzio? Ce lo dice l’’Abate Dinouart disquisendo sul significato e l’importanza del silenzio, come contraltare della parola, quando quest’ultima è inflazionata in un mondo saturo di vocaboli, termini, definizioni, che proferiamo in continuazione spesso senza riflettere, e di concetti che “ingoiamo” con la stessa facilità. In quest’ottica si rivaluta anche il pudore che è il necessario velo che ogni individuo deve opportunamente frapporre tra il mondo esterno e la propria dimensione privata, che deve rimanere inviolabile. Come la parola, anche il silenzio che ne costituisce il contraltare, deve essere usato con accortezza. L’Abate Dinouart ci invita a riflettere sia sull’una che sull’altro stimolandoci a riappropriarci in modo consapevole e soprattutto responsabile dell’arte di comunicare. Il problema quindi si sposta dal piano per così dire tecnico-scientifico (psicologia della comunicazione) alla dimensione etica: non basta impadronirsi delle tecniche della comunicazione, come fanno al giorno d’oggi, molto astutamente, i politici e le agenzie pubblicitarie, ma occorre domandarsi quali siano i contenuti che consapevolmente o inconsapevolmente veicoliamo con i nostri comportamenti comunicativi. Si parla molto di bioetica, e dei molti comitati a tal fine istituiti soprattutto per iniziativa del mondo cattolico giustamente preoccupato della deriva morale nella nostra società, ma forse si trascura la dimensione etica della psicologia, e della scienza della comunicazione in particolare, specie con il progredire di questa disciplina che da poco è stata persino eretta, in molte università italiane, a dignità di facoltà.

Il problema dell’’influenza delle mode culturali del tempo sulla scienza, ed in particolare sulle cosiddette “scienze umane”, è stato affrontato varie volte da molti studiosi che si interrogano criticamente sulla presunta “neutralità” delle scienze psicologiche e pedagogiche. Gli studiosi di orientamento marxista parlano, in particolare, di contaminazione ideologica delle scienze. Per questi studiosi, ciò non è un fatto casuale ma discende dall’esigenza di costruire sovrastrutture ideologiche che legittimino il potere esercitato dalla cultura dominante e dalla classe dominante che detiene le chiavi e le redini del potere economico. Senza entrare nel merito delle premesse ideologiche che stanno alla base di queste affermazioni, non possiamo tuttavia ignorare l’influenza esercitata, in generale, dalle tendenze culturali dominanti sulla comunità scientifica. È forse esagerato pensare che a dettare certi orientamenti siano i mercati? Si pensi, solo per fare un esempio, alle case farmaceutiche che indirizzano la ricerca su un filone piuttosto che un altro per favorire la produzione e la vendita di un determinato farmaco. Ad un convegno medico ho sentito dire: «Con la scusa della salute del mercato si fa il mercato della salute». E se l’’influenza dei mercati sulla ricerca scientifica (che dovrebbe essere neutrale e nell’interesse supremo del cittadino) è facilmente riscontrabile nel campo della ricerca biologica dove si disquisisce su proteine e molecole, si pensi quanto più facile possa essere tale contaminazione nelle cosiddette scienze umane la cui assoluta obiettività viene messa in discussione dagli stessi operatori e ricercatori del settore.

Cesare Nisticó

Riferimenti bibliografici:

  • D. Deleule, Psicologia mito scientifico, Milano, F. Angeli, 1971
  • G. Myrdal, L’obiettività nelle scienze sociali, Torino, Einaudi, 1973
  • AAVV, L’Ape e l’Architetto, Milano, Feltrinelli, 1976


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La Parola, il Silenzio, l’Arte di Comunicare Reviewed by on 12 agosto 2015 .

Lo spunto per questo ’articolo mi è venuto dalla lettura di un libriccino scritto nella prima metà del XVIII secolo dall’Abate Dinouart e che giudico sorprendentemente attuale: “L’’Arte di Tacere”. Parlare e tacere costituiscono due poli opposti e inscindibili della comunicazione. Si comunica parlando ma anche tacendo. Non si può non comunicare, anche quando si



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