Myanmar: le donne guidano le proteste, 1 morto e 30 feriti, l’Onu non interviene

Nuova manifestazione di protesta in Myanmar. Continuano le proteste contro il colpo di stato del 1 febbraio che ha rovesciato il governo civile di Aung San Suu Kyi.

La repressione delle forze militari ha causato almeno 55 morti. Nonostante  una nuova riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, non vi è ancora una risposta condivisa sui comportamenti da usare agli “appelli disperati” della popolazione. La mobilitazione non si ferma e non si indebolisce in tutto il Paese, molti sono i giovani, soprattutto donne, a capo della protesta.

Nel quartiere San Chaug di Yangon, la capitale economica, la polizia ha distrutto barricate improvvisate erette dai manifestanti e ha lanciato gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere piccoli raduni. I manifestanti però le hanno ricostituite poco dopo. In concomitanza ci sono manifestazioni anche nella capitale Naypyidaw e a Lashio, nello Stato Nord-Occidentale di Shan.

A Loikaw (Centro), centinaia di persone, compresi insegnanti in uniforme verde e bianca, hanno esposto cartelli che invitano la disobbedienza civile che recitano: “La nostra rivoluzione deve vincere”, “Se vai a lavorare, aiuti la dittatura”. Gli appelli allo sciopero stanno avendo un impatto significativo su alcuni settori della già fragilissima economia del Paese, con banche in tilt, ospedali chiusi e uffici ministeriali vuoti.

I media di Stato hanno esortato i funzionari a tornare al lavoro, in caso contrario “saranno licenziati dall’8 marzo”. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è riunito ieri a New York senza prendere alcuna decisione e non ha condannato il colpo di stato militare, principalmente a causa del potere di veto di Cina e Russia.

L’inviata speciale delle nazioni Unite per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, ha chiesto un intervento rapido e risoluto “fermare la violenza e ripristinare le istituzioni democratiche”, dopo la morte di “manifestanti innocenti e pacifici” uccisi da proiettili veri. “L’uso della forza letale contro manifestanti pacifici – ha ricordato – viola chiaramente il diritto internazionale sui diritti umani”. L’inviata inoltre condanna in un post la violenza contro i “manifestanti pacifici” che “può costituire gravi violazioni dei diritti umani o crimini contro l’umanità.”

Venerdì era morta la prima manifestante: era una donna di 20 anni di nome Mya Thwe Thwe Khaing, colpita alla testa da un proiettile della polizia durante le proteste del 9 febbraio (vai qui per saperne di più). Sabato le proteste a Mandalay, la seconda città più importante del paese, erano iniziate pacificamente e vi avevano partecipato anche minoranze etniche, scrittori e ferrovieri.

Secondo fonti locali, in questa nuova protesta è stato coinvolto un ragazzo con meno di 18 anni. Il giovane è stato colpito alla testa ed è morto sul colpo, mentre un falegname di 36 è stato ferito al petto ed è morto poi in ospedale. Ci sono stati anche almeno 30 feriti. Il giornale di stato Global New Light of Myanmar ha scritto che i manifestanti hanno attaccato la polizia con bastoni, coltelli e proiettili lanciati dalle fionde, ferendo otto poliziotti e diversi soldati; non ha fatto cenno dei civili uccisi.

Questa volte le tensioni erano iniziate nella zona portuale di Yadanabon tra i lavoratori in sciopero dei cantieri navali e le forze dell’ordine. Gli scioperanti avevano attaccato i poliziotti e i militari con le fionde, e questi avevano risposto con gas lacrimogeni. alcuni video sui social media mostrano le forze di sicurezza sparare e, a terra, sparsi sia proiettili veri che di gomma.

Una ragazza attivista americana scrive sul suo profilo Twitter:

A causa della polizia l’umanità è morta in Myanmar. La scorsa notte i ribelli armati di Min Aung Hlaing hanno aperto il fuoco sulla città di Yangon. I proiettili sono passati attraverso i tetti, le finestre, i muri. I sono stati residenti feriti poiché [i poliziotti] miravano intenzionalmente agli appartamenti e alle case.