Da quel 7 ottobre del 2001, quando i bombardamenti degli americani e dei britannici colpirono il territorio afghano, nell’intento di colpire i talebani e le cellule di Al–Qaeda, molti equilibri sono cambiati. La cosiddetta fase 2 (Operation Enduring Freedom), quella dell’ingresso nel territorio delle forze alleate occidentali, che furono accolte come i liberatori e i promotori di una nuova era, sembra oggi capovolgersi, come la ricostruzione e la caduta di molte conquiste che vedono, negli occhi ricolmi di speranza di alcuni afgani di vent’anni fa, oggi lacrime, specchio di un abbandono che l’occidente ricorderà per anni come il monito di un enorme fallimento.
Era già nell’aria, dall’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, scelta avviata dall’amministrazione Trump e poi confermata da quella di Biden, la fine di un’era e, molto probabilmente, la parola fine alle speranze di molti afgani. La radice di una guerra preventiva che aveva illuso un popolo, era il frutto delle decisioni dell’allora amministrazione Bush, che è costata, alle varie amministrazione, quasi 2.300 miliardi di euro. Oggi, la caduta di Kabul è la caduta di quei diritti che il Paese aveva fatto in qualche modo propri; la caduta culturale e morale dell’occidente e un torto, nei confronti di quelle donne e di quei bambini, prime vittime di questa complessa dinamica che spinge nel dolore chi ha già visto la sofferenza aggrapparsi ad una bandiera, agli altri, porgendo la mano per poi, non sentirne più il contatto. Ed è forse questa la sintesi di questi vent’anni, quell’illusione che la democrazia potesse essere esportata solo sbandierando un concetto e vestendo gli altri di questo, anche se troppo stretto. E in tal senso, la responsabilità dei vertici afghani non è di certo indifferente.
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