Michela Marzano, il dramma della malattia: “Così l’ho sconfitta…”

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La scrittrice Michela Marzano ha raccontato il dramma della malattia: “Così l’ho sconfitta…”, ecco la sua battaglia.

Una lunga battaglia quella della filosofa Michela Marzano, docente all’Università di Parigi, contro un mostro invisibile, una malattia che silenziosa colpisce decine di migliaia di persone, in larghissima parte donne, nel nostro Paese. Fino a qualche anno fa, peraltro, nominare questa malattia era considerato quasi un tabù. Parliamo di anoressia e bulimia, mostri silenziosi appunto che non lasciano scampo.

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La filosofa italiana docente in un’università di Parigi, una decina di anni fa, è stata tra le prime a parlarne in un libro, raccontando la sua toccante esperienza. Era infatti uscito nel 2011, per Mondadori, il saggio “Volevo essere una farfalla”, racconto autobiografico di quella che è stata un’esperienza davvero difficile, una battaglia che non ha dato tregua.

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La battaglia di Michela Marzano contro l’anoressia: “sintomo” o malattia?

“L’anoressia non è qualcosa di cui vergognarsi, né frutto di una scelta”, sono state le parole della coraggiosa scrittrice e filosofa italiana, una parentesi in politica qualche anno fa, in quella che è l’autobiografia che descrive un percorso difficile, di grande dolore. La donna scelse di raccontarsi al settimanale ‘Famiglia Cristiana’, manifestando quelle che sono state tutte le sue debolezze in un percorso che senza dubbio è stato complesso.

Un dramma, quello dell’anoressia, dal quale oggi Michela Marzano sembra esserne uscita, ma che comunque l’ha costretta a una battaglia con tutte le sue forze. Non la chiama malattia, la scrittrice, ma sintomo. Nell’intervista, spiega anche che spesso è nel confronto con la società che si annida il malessere che porta a disturbi alimentari come anoressia e bulimia. Sostiene in tal senso: “L’anoressia è anche un sintomo sociale, la manifestazione dell’idea che vale chi sa controllare il corpo, il linguaggio, i sentimenti”. Lo definisce anche “un sintomo da prendere sul serio, che rinvia a qualcosa di più profondo, che investe il rapporto tra quello che si è e quello che gli altri vorrebbero che noi fossimo”.