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Lavoratori in nero, sentenza clamorosa: sanzioni e carcere se commettono questo errore

Published by
Michele

Una sentenza della Corte di Cassazione ribalta la situazione dei lavoratori in nero che adesso rischiano gravissime conseguenze. 

Sentenza lavoratori in nero

 

Sentenza lavoro in neroMolti in Italia sono portati a pensare che le sanzioni ricadano solo sulla testa del titolare d’impresa nel momento in cui i controlli verifichino la presenza all’interno dell’azienda di uno uno o più lavatori in nero.

Ma anche per questi ultimi, nel momento in cui vengono sorpresi dall’Ispettorato del Lavoro, dalla Guardia di Finanza, dall’Inps o da qualunque altro ente con potere ispettivo, possono esserci conseguenze gravissime.

Ciò è vero quando i lavoratori in nero percepiscono aiuti dallo Stato. E diventa ancora più vero quando gli interessati risultano percettori del reddito di cittadinanza. In questo caso specifico, come confermato da una recente sentenza della Corte di Cassazione, le  cose possono mettersi davvero male.

Lavoratori in nero: cosa cambia con la sentenza della Cassazione

Sentenza lavoro in nero

I giudici hanno cambiato linea di condotta, usando tolleranza zero per chi tenta di fare il furbo con il reddito di cittadinanza. Chi usufruisce del sussidio e contemporaneamente lavora senza ingaggio rischia guai grossi.

Innanzitutto perde il diritto alla prestazione del reddito elargito dall’Inps e deve inoltre restituire tutte le mensilità già percepite, salvo nel caso in cui riesca a dimostrare che l’attività in nero è svolta solo da poche settimane, cosa assai difficile da attestare.

Lo dimostra la recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha condannato a 1 anno 1 mese e 10 giorni di carcere una persona sorpresa a lavorare in nero mentre percepiva il  reddito di cittadinanza. Invece con la sentenza di primo grado il trasgressore era stato condannato a 1 anno ed 8 mesi di carcere.

La Cassazione, quindi, ha confermato la sentenza di colpevolezza mitigandola solo in parte. Le motivazioni di tale decisione fanno discutere. Il trasgressore ha spiegato ai giudici che l’attività lavorativa non era retribuita con una vera e propria retribuzione, bensì con piccole regalie, concesse una tantum.

Ma i giudici della Cassazione, nella sentenza, hanno ribadito che pur trattandosi di semplici regalie, queste non sono in alcun modo compatibili con i principi che sono alla base della concessione del reddito di cittadinanza. Alla fine quindi si è giunti a una sentenza che espone i furbetti a pericoli e conseguenze molto più gravi di quanto non accadesse prima.

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