Un paese in attesa, il profumo di cera nell’aria, i balconi vestiti a festa. Poi lo stop inatteso: una scelta che divide, e che costringe tutti a ripensare che cosa significhi “pubblico”.
A Zafferana Etnea, paesone di lava e nebbie alle pendici dell’Etna, l’arrivo della reliquia di Sant’Agata non è un dettaglio di calendario. È un segno. Un gesto collettivo. Bambini che imparano il nome della loro patrona, nonni che raccontano. L’istituto Federico De Roberto aveva preparato un’uscita didattica per assistere all’ingresso in paese del “braccio” della santa. Un modo, nelle intenzioni, per mostrare una tradizione che a Catania porta in strada, ogni febbraio, centinaia di migliaia di persone. Stime comunali parlano, negli anni migliori, di oltre un milione di presenze.
Poi la frenata. Secondo cronache locali, dopo una diffida del circolo territoriale dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), il preside ha revocato l’uscita. Nessun atto ufficiale pubblico risulta consultabile al momento in cui scriviamo. Ma il punto è chiaro: una scuola statale che accompagna gli alunni a un rito religioso crea un conflitto di principio. La scuola pubblica è di tutti. La laicità non è neutralità distratta, è garanzia che nessuno si senta fuori posto.
Qui comincia il dibattito. È cultura o catechesi? Tradizione o culto? In Italia, le regole sulle uscite scolastiche chiedono finalità educative, volontarietà, consenso informato delle famiglie e pari trattamento per chi non partecipa. E la Costituzione tutela sia la libertà religiosa sia la libertà di non professare alcun credo. Tra le due rive, la scuola deve costruire un ponte, non scegliere una sponda.
Non è la prima volta. In molte città, associazioni laiche contestano la partecipazione “ufficiale” delle classi a momenti di culto. Altrettanto spesso, parroci e comitati parlano di “memoria civile” e identità. Le ragioni, da entrambe le parti, sono concrete. Una processione racconta un pezzo di storia locale. Ma resta un atto di fede. E una lezione di storia o arte sacra si può fare in aula, o in chiesa, certo, ma con cornici chiare: spiegazione, non adesione. La differenza sta tutta qui.
Sul pratico, le scuole hanno strumenti. Possono proporre percorsi interdisciplinari che affrontino l’iconografia di Sant’Agata, il ruolo delle confraternite, l’economia della festa. Possono organizzare visite facoltative, fuori dall’orario, con accompagnatori volontari e moduli di consenso trasparenti. Possono invitare voci diverse: storici, catechisti, associazioni laiche. Non per pareggiare i conti, ma per allargare lo sguardo. La pluralità, quando è ordinata e rispettosa, educa più di qualsiasi proclama.
E poi c’è un dettaglio che spesso sfugge. I bambini stanno benissimo dentro le tradizioni quando gli adulti sanno spiegare cosa stanno vedendo. Una candela alta due metri non fa paura se qualcuno ti dice perché brucia. Un velo bianco non impone nulla se capisci da dove viene. La scuola non deve spegnere le luci della festa. Deve solo evitare di accendere, al posto degli altri, il fiammifero della coscienza.
Forse la prossima volta a Zafferana si farà diversamente. Con più chiarezza, più scelta, più parole giuste. Intanto il braccio della santa torna al suo reliquiario. Resta una domanda, semplice e impegnativa: come si insegna un’appartenenza senza chiederla? E che volto ha, per noi, una tradizione quando la guardiamo davvero negli occhi?
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