Caso Delmastro: Avvocato Caroccia invia chat alla procura, critica il No del Parlamento

Un avvocato che spinge sull’acceleratore, un Parlamento che frena, un’inchiesta che scorre tra messaggi e sospetti: la vicenda Delmastro–Caroccia ha il ritmo di una città in apnea, dove ogni parola pesa come una prova.

Cosa c’è in gioco con quelle chat

L’avvocato Fabrizio Gallo ha consegnato alla procura di Roma una memoria con tutte le chat tra Andrea Delmastro e il suo assistito, Mauro Caroccia, già condannato come prestanome del clan Senese. Il dossier riguarda l’indagine sulla Bisteccheria d’Italia, ristorante romano al centro di verifiche su gestione e assetti proprietari. Gallo lo dice senza giri di parole: quel materiale serve a fare chiarezza. E critica il “No” arrivato in Parlamento due giorni prima, quando la maggioranza di centrodestra ha respinto l’autorizzazione all’uso di quelle conversazioni nei procedimenti che le riguardano.

Qui c’è un punto tecnico che incrocia la politica. In Italia, per usare le comunicazioni di un parlamentare captate incidentalmente serve il via libera dell’Aula, in base all’articolo 68 della Costituzione. La Camera ha detto No. L’avvocato, allora, ha scelto la strada della memoria difensiva spontanea: mette a disposizione le conversazioni perché, sostiene, il contesto conta tanto quanto il testo.

Cosa contengono quei messaggi? Al momento non ci sono atti pubblici integrali. Chi è vicino al fascicolo parla di contatti legati a richieste e chiarimenti sul ristorante. Gallo dice che tutto è tracciato, catalogato, spiegato. Delmastro, esponente di Fratelli d’Italia, liquida il caso con una calma che suona come sfida: “Nessun problema, faranno chiarezza”. È la frase che senti al bar quando qualcuno si dice sicuro di sé, magari con il giornale piegato accanto al caffè.

Il nodo politico e le prossime mosse

Al netto delle schermaglie, restano tre questioni. Primo: l’effetto del voto parlamentare. Il “No” non ferma l’indagine, ma limita l’uso processuale di quelle chat. Questo, secondo la difesa, “ci danneggia”: senza il via libera, il quadro resta monco. Secondo: la sostanza dell’inchiesta sulla Bisteccheria d’Italia. I contorni sono noti, i dettagli no. Meglio dirlo chiaro: finché gli atti non saranno conoscibili, certe ricostruzioni restano ipotesi. Terzo: l’impatto pubblico. Quando spuntano parole come clan, prestanome, procura, il racconto s’infiamma. Ma la tenuta di un caso si misura nei verbali, non nei titoli.

Chi vive Roma lo sa: la città assorbe gli scandali come assorbe il traffico del mattino. Però la memoria delle persone è più alta dei sampietrini. Qualcuno ricorda il “Caso Cospito”, altri i duelli alla Camera. Qui, però, c’è un tassello in più: un avvocato che chiede trasparenza totale delle conversazioni e un Parlamento che, per regola e scelta politica, fa scudo. È un cortocircuito che tocca un tema sensibile: il perimetro delle garanzie per i parlamentari quando la prova passa dallo schermo di uno smartphone.

Intanto le carte camminano. La procura analizzerà la memoria, verificherà coerenze, tempi, contenuti. Potrà confrontare i messaggi con tabulati, accessi, riscontri. È il lavoro paziente delle inchieste: passare dal “si dice” al “si dimostra”. Noi, fuori dalle aule, restiamo in ascolto. Perché tra un messaggio e l’altro c’è sempre un non detto. Ed è lì, in quel silenzio che separa l’ultima riga digitata dal primo dubbio, che si capisce davvero quale città stiamo diventando. E noi, da che parte stiamo?