L’attivista politico, blogger e segretario del Partito Democratico del Progresso, la maggiore forza di opposizione al presidente della Russia Putin, Alexei Navalny è ricoverato in ospedale in fin di vita per un sospetto avvelenamento.
A dare la notizia è stata, attraverso twitter, la sua portavoce Kira Yarmish. Secondo quanto riferisce il braccio destro del politico, Navalny “è in coma e in gravi condizioni” specificando, che prima della partenza per Mosca, da Toms in Siberia, non aveva alcun sintomo di malessere. Navalny si è sentito male durante il volo ed è stato soccorso tramite un atterraggio di emergenza a Omsk. La vita del blogger, secondo quanto si apprende da fonti mediche, è appesa a un filo.
L’avvelenamento di Navalny, inevitabilmente, richiama alla memoria tutta una serie di incidenti simili che dal 2004 ad oggi si sono ripetuti con la stessa logica, colpire gli avversari del governo russo, cosi come nella dinamica, l’utilizzo di veleni non convenzionali mischiati nel cibo. Nello specifico per l’avvelenamento di Navalny, l’ipotesi investigativa, è quella di una sostanza aggiunta ad un tè. Ricordiamo i tre casi principali. Nel 2004 il candidato alle elezioni presidenziali ucraine, Viktor Yushchenko, viene avvelenato con la diossina versata nelle minestra. Si salva per miracolo ma rimane sfigurato. Nel 2006 Alexander Litvinenko, ex agente dei servizi russi, fuggito in Inghilterra dopo aver accusato il leader del Cremlino di essere il mandante dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya, si ammala improvvisamente e muore dopo pochi giorni. Viene riconosciuto ufficialmente l’avvelenamento da polonio. Nel 2018 Sergei Skripal, ex agente dell’intelligence militare russa e sua figlia Yulia vengono trovati in gravi condizioni a Salisbury in Gran Bretagna. Erano stati avvelenati con un gas nervino, il novichok. Entrambe, dopo una lunga riabilitazione, si sono completamente, e miracolosamente ristabiliti.
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