San Patrignano: la storia della comunità nella docu-serie di Netflix ‘SanPa’

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:20
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Per la sua prima docu-serie italiana Netflix ha puntato su SanPa, raccontando la storia di San Patrignano, la comunità per il recupero dei tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli. Una storia italiana prodotta da Gianluca Neri, che nonostante le prime posizioni dei programmi più visti su Netflix, ha ricevuto anche una sconfessione da San Patrignano, secondo cui la ricostruzione dei fatti sarebbe parziale e getterebbe un’ipoteca sul lavoro attuale della comunità.

Che cos’è San Patrignano?

San Patrignano è la più grande comunità per il recupero dei tossicodipendenti d’Europa, una delle più importanti al mondo. L’assistenza e il recupero di tossicodipendenti sono gratuiti: non si paga per entrare né contribuisce lo stato.

La comunità vive di donazioni e, dagli anni 80, in parte anche di attività economiche come la produzione di vini e altri prodotti.

San Patrignano, chiamata anche ‘SanPa’, nasce grazie a Vincenzo Muccioli, un pioniere della cura delle tossicodipendenze. Quando viene fondata sulla collina di Coriano, a Rimini, nel 1978, infatti il fenomeno dell’eroina era appena esploso e si sapeva ben poco.

La comunità

Osservando oggi la comunità appare come una cittadella moderna e ben organizzata attorno al concetto di recupero, si fa fatica a riconoscere quella dei primi giorni che – come mostra la serie di Netflix – consta di alcuni capannoni agricoli dove Muccioli ospita ragazze e ragazzi che scelgono la via del recupero.

L’ambizione di Muccioli è quella di recuperare gli eroinomani senza utilizzare né metadone né psicofarmaci. Fermamente proibizionista, propone piuttosto un «modello ambientale» basato sulla vita in comunità, il lavoro, l’obbedienza alle regole e, dirà lui in un’intervista, «l’amore».

La condanna a Muccioli

Tutto prosegue per il meglio fino ai primi anni ’80 quando proprio il fondatore Muccioli viene condannato con l’accusa di aver letteralmente incatenato alcuni ospiti riottosi al recupero e alla disciplina della comunità.

In quel momento l’Italia scopre l’esistenza di San Patrignano e si spacca in due: da una parte chi ne rifiuta i metodi coercitivi, dall’altra coloro che non vi vedono alternativa, compresi molti genitori afflitti dalla piaga della tossico dipendenza in famiglia. L

Le controversie e il processo

Negli anni la comunità di San Patrignano si allarga, nascono dormitori, ospedali e laboratori dove si lavora per dare corpo al progetto del reinserimento sociale dei tossicodipendenti.

Tra gli ospiti di San Patrignano ci sono reduci da esperienze già fallite di recupero e anche giovani passati per il carcere.

Muccioli si ripromette di recuperarli tutti, perorando il suo metodo ri-educativo. Ma secondo varie testimonianze all’interno della comunità col tempo alcuni capi-reparto prendono troppo alla lettera le parole del fondatore e utilizzano la violenza per far valere la propria autorità sui nuovi arrivati. Ci saranno anche alcuni suicidi.

Il 9 maggio del 1989 un giovane ospite, Roberto Maranzano, muore a causa di un pestaggio nel reparto macelleria della struttura. Al processo che si tiene nel 1993, viene inflitta una condanna agli autori dai 6 ai 10 anni. Muccioli ammette di essere venuto a conoscenza dell’omicidio ma evita di denunciarlo per proteggere la comunità. Questo gli vale in primo grado l’accusa di favoreggiamento. Accusa che gli resta appiccicata: Vincenzo Muccioli morirà nel 1995 prima della sentenza di appello e dell’eventuale Cassazione che, secondo alcuni suoi detrattori, avrebbero potuto costargli anche una condanna per omicidio colposo.

I pentiti di SanPa

Il processo per l’omicidio di Roberto Maranzano si rivela l’occasione per mettere in discussione San Patrignano e i suoi metodi. Sfilano testimoni che denunciano violenze subite (e commesse) all’interno della comunità. Tra loro c’è Walter Delogu, la guardia del corpo di Muccioli, indagato per aver estorto al fondatore di San Patrignano 150 milioni di lire.

Testimonial

Nell’Italia degli anni ’80, avvelenata dall’eroina, il tema San Patrignano è stato fortemente divisivo. Tra i sostenitori, a parte l’arcinoto Red Ronnie, ci sono stati personaggi molto diversi come Indro Montanelli, e l’attore Paolo Villaggio, dichiaratamente di sinistra, a cui Muccioli ha curato il figlio tossicodipendente. Anche Maurizio Costanzo ha ospitato spesso Muccioli e i ragazzi di San Patrignano e anche Enzo Biagi. Nel 1993 San Patrignano ha guadagnato anche una citazione nella canzone Penso positivo di Jovanotti.

La SanPa di oggi

I fatti narrati da SanPa si fermano al 1995. Ma la San Patrignano di oggi appare fortunatamente molto diversa da quella descritta nella serie di Netflix. La famiglia Muccioli ha lasciato la gestione nel 2011, ed è subentrata Letizia Moratti, co-fondatrice e sponsor finanziaria di San Patrignano assieme al marito Gianmarco (scomparso nel 2018). Già manager di lungo corso e ex sindaco di Milano, Moratti ha impresso a San Patrignano una svolta importante.

Oggi la comunità ospita 1000 tra ragazze e ragazzi e vi operano educatori professionisti, psicologi e anche psichiatri.

Inoltre non vengono più accettati tossicodipendenti in astinenza, lasciando che vengano seguiti piuttosto dai Sert e da altre strutture con cui San Patrignano da anni ha preso a collaborare attivamente.

La comunità ha anche attivato diversi programmi di laurea in collaborazione con un’Università telematica e 40 laboratori dove è possibile formarsi ad attività lavorative.

 

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