La storia di Rachida, bambina promessa sposa

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Questa volta non è il titolo di un film ma la storia di una adolescente, all’epoca dei fatti 15enne, che si è rivolta al telefono azzurro per scampare al destino voluto dalla madre, quello di sposare un uomo più grande di lei.

by Amnesty International to denounce child marriage, on October 27, 2016 in Rome. / AFP / GABRIEL BOUYS (Photo credit should read GABRIEL BOUYS/AFP via Getty Images)

Il tribunale di Torino ha condannato la madre a un anno e quattro mesi di carcere. Mentre il Pm aveva chiesto una condanna di due. Rachida aveva denunciato il fatto chiamando il Telefono Azzurro mentre si trovava a scuola. Nella chiamata la bambina riferiva che la madre voleva costringerla a convogliare a nozze con un uomo maggiorenne di 25 anni che l’adolescente non aveva mai visto. Un destino che Rachida non voleva accettare, portandola a tentare il suicidio. Tre anni fa la città di Torino aveva accolto con sgomento e grande sdegno la storia.
La madre aveva perfino organizzato il banchetto di nozze e futuro sposo aveva comprato il vestito che Rachida avrebbe dovuto indossare il giorno del matrimonio.

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Subito dopo la chiamata il Telefono Azzurro aveva avvertito le autorità competenti che avrebbero liberato la ragazzina sottraendola all’orribile destino. Dopo l’intervento la ragazza era stata ospitata in una comunità.

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I soprusi della madre

Le indagini degli inquirenti hanno svelato gli abusi non fisici ma psicologici della madre nei confronti dell’adolescente, confinata in modo obbligato all’interno delle mura domestiche e impossibilitata a comunicare con gli amici e le amiche. La madre non  avrebbe permesso nemmeno che la figlia andasse a scuola da sola, se non sotto la visione di un parente. I fatti si replicheranno anche dopo il ritorno dalla comunità, infatti Rachida , che per tanto tempo non aveva avuto contatti con la propria famiglia decise di ritornare a casa dopo che le era stato riferito che la madre stava molto male, per poi scoprire, successivamente, che si trattava di un inganno. Ormai maggiorenne la ragazza trascorse il lockdown presso l’abitazione della madre: da quel momento ricominciò quel sistema di imposizioni e oppressione a cui la figlia non riuscì ad opporsi. La ragazza ha deciso di costituirsi al processo come parte civile, assistita dall’avvocato Isabella Nacci. In un primo momento però, durante lo svolgimento delle indagini e ascoltata sotto audizione protetta, aveva cambiato versione per paura delle ritorsioni da parte della madre.