Yara Gambirasio, respinte le istanze degli avvocati di Massimo Bossetti

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Yara Gambirasio, la Corte d’Assise di Bergamo dice no alla richiesta di analizzare i reperti dell’omicidio della 13enne

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Il prossimo 16 giugno sono 7 anni che il carpentiere Massimo Bassetti è in carcere per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio commesso nel 2010 a Brembate di Sopra, nel Bergamasco. I legali avevano chiesto di rianalizzare i reperti delle indagini che dopo la sentenza definitiva che ha condannato l’uomo all’ergastolo erano stati confiscati. La Corte d’Assise di Bergamo ha però respinto le istanze. I motivi della richiesta erano provare ad avere la revisione del processo.

Il raggiungimento di tale obiettivo era già stato provato nel 2018, poche settimane prima che la Corte di Cassazione emettesse la sentenza definitiva di condanna. La richiesta era stata presentata presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e l’istanza, dichiarata “inammissibile” fu resa nota nel settembre del 2019. Lo stesso Bossetti in una lettera pubblica aveva chiesto la conservazione di tutti gli atti e i reperti per timore che andassero distrutti.

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Bossetti: “Quel Dna non è mio”

Yara Gambirasio

Come aveva spiegato Claudio Salvagni, l’avvocato di Bossetti, si continuava a insistere sulla vicenda del Dna di “ignoto 1” non appartiene a Bossetti che in questi anni ha sempre dichiarato la sua innocenza. Il caso di Yara all’epoca ebbe una grande risonanza mediatica sia perché fin dall’inizio della scomparsa le sue foto furono pubblicate ovunque per ritrovarla, sia per l’efferatezza dell’omicidio. Il corpo della ragazzina fu trovato mesi dopo e il nome del muratore di Mapello entrò nel mirino degli investigatori solo dopo.

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Gli avvocati che hanno fatto la richiesta speravano di poter utilizzare le nuove tecnologia del Dna che negli ultimi anno hanno fatto un grande passo avanti. La questione del Dna e dei reperti è il punto centrale sul quale si è focalizzata la battaglia legale del detenuto e dei suoi avvocati: “Quel Dna non è il mio”, scrisse Bossetti nel 2019 al direttore di Libero Vittorio Feltri, gridando allo scandalo perché la Procura gli impediva di difendersi negando agli avvocati l’accesso ai reperti.