Strage di Utøya: 10 anni dopo, una ferita ancora aperta

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Era il pomeriggio del 22 luglio del 2011, quando Anders Breivik, estremista di destra norvegese, uccise 77 persone tra Oslo e l’isola di Utøya. Un attacco terroristico che ha segnato profondamente la storia occidentale. La strage di Utøya rimane ancora oggi una ferita che l’Europa si porta dietro come fardello, racconto di un odio razziale radicato.

A man and woman look out across Tyrifjorden Lake towards Utoya island, following Friday’s twin extremist attacks, on July 25, 2011 in Utoya, Norway. A man named as Anders Behring Breivik has been arrested and is being held as the primary suspect following a bomb blast at a government building in Oslo yesterday and a shooting masscare on nearby Utoya island that killed 92 people in all.

Ricordo bene l’umore di quel giorno nel nostro Paese, seppur adolescente avevo capito che il continente europeo, e in particolare la Norvegia, si stavano misurando con una delle pagine più dolorose della storia contemporanea. L’attentato, a distanza di dieci anni, ci ricorda ancora quanta strada ci sia da fare in Europa per sradicare gli estremismi e per comprendere con attenzione le cause di questi avvenimenti.

A perdere la vita negli attentati in Norvegia del 2011 furono 77 vittime innocenti, una responsabilità materiale riconducibile in quel caso ad un solo uomo: Anders Behring Breivik. E in quel 22 luglio, proprio la violenza, di un cosciente Breivik investiva le vite di tanti giovani innocenti e del loro futuro. Alle 15.25 l’allora 32enne che, seppur proveniente dalla classe media norvegese aveva avuto un trascorso complicato, riconducibile come spiegarono molti media norvegesi all’epoca, ai rapporti con il padre e alla mancanza di una realizzazione personale, fece esplodere un’autobomba nei pressi degli edifici governativi di Oslo, uccidendo 8 persone e ferendone diverse. Breivik si imbarcò poi su un traghetto diretto verso l’isola di Utøya, a poco meno di 40 chilometri da Oslo – arrivato sull’isola l’estremista, con addosso una divisa simile a quella della polizia norvegese aprì per settanta minuti il fuoco, uccidendo 69 persone e ferendone 110, molti in maniera grave; centinaia di ragazzi e ragazze riuscirono a sfuggire al fuoco gettandosi in acqua. La maggior parte delle vittime avevano meno di 20 anni e la vittima innocente più giovane aveva soli 14 anni. Quel giorno sull’isola si svolgeva campus estivo organizzato dalla Lega dei Giovani Lavoratori, in modo sintetico, si trattava di giovani associati al Partito Laburista norvegese, un elemento non casuale nella dinamica dell’organizzazione da parte dell’attentatore. Breivik spiegherà in aula che il vero bersaglio di quell’attentato a Utøya era l’ex premier Gro Harlem Brundtland e altri ministri, responsabili, con il Partito Laburista, secondo il suprematista, di accogliere e agevolare la creazione di una società multietnica e musulmana.

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Molti furano sparati mentre cercavano di fuggire all’ira di Breivik, che aveva con se tre armi; molti altri morirono invece, raggiunti anch’essi dai colpi di arma da fuoco, nel tentativo di fuggire a nuoto. Una carneficina che durò più di un’ora, dalle 17.15 fino alle 18.25, fino all’arrivo della polizia norvegese, accusata da molti di aver operato con ritardo e con lentezza. Breivik non accennò nessuna forma di opposizione durante l’arresto e il processo fu molto rapido – in appena due mesi, in cui l’estremista rinunciò a difendersi. La pena inflitta fu quella massima, per il codice penale norvegese 21 anni di prigionia, estendibili di cinque anni, più volte, nel caso il detenuto possa rappresentare una miccia sociale.

Breivik nei suoi anni di prigionia non ha mai mostrato segni di pentimento, ha anzi espresso la volontà di perseguire progetti riconducibili all’ultradestra neonazista. Negli anni ha intrapreso studi universitari e ha più volte agito con ricorsi contro il sistema carcerario norvegese (uno degli Stati più garantisti del mondo), avanzando richieste spesso quasi paradossali. Breivik è diventato negli anni l’icona e il motore di molti suprematisti bianchi, soprattutto dopo alcune apparizioni in aula che lo ritraevano a mostrare il saluto nazista , e dopo aver espresso grande considerazione e stima per Hitler e per il Mein Kampf, opera che lo stesso ha dichiarato motivo di vita.

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I fatti accaduti in Norvegia riaprirono uno squarcio doloroso che riguardava atti violenti commessi da suprematisti bianchi. Una dinamica che, soprattutto negli ultimi anni ha trovato un evidente riscontro, basta guardare gli attentati commessi da estremisti suprematisti nel mondo, come la strage di Christchurch, commessa da un suprematista bianco che causò nel 2019 51 morti, ma anche la strage di El Paso negli Stati Uniti d’America e diversi avvenimenti accaduti in Europa – come la strage di Hanau in Germania e le intere reti terroristiche sgominate negli ultimi anni.

Il fatto che a partire dal 2018 rappresentazioni di questo genere abbiamo avanzato la propria portata, fa ben capire la grave progressione di molte cellule terroristiche di matrice razziale di estrema destra a sfondo suprematista. Nella maggior parte dei casi gli attentati che hanno causato molte vittime, sono stati operati da soggetti indottrinati dal neonazismo e dal neofascismo. Soprattutto in Europa la necessità impellente è diventata quella di prevenire la formazione di reti terroristiche, attraverso un lavoro di intelligence, ma anche quella di educare le nuove generazioni al rigetto di ideologie volte alla violenza e alla sopraffazione razziale. Gli attentati in Norvegia del 2011, sono in questo senso il monito che, anche all’interno di uno Stato democratico e ben strutturato socialmente, come quello norvegese, atti del genere possono sconvolgere l’assetto sociale e, il fattore dominante è esogeno e non per forza di cose endogeno, anche se, caso per caso le dinamiche andrebbero approfondite. Il nazional-populismo ha riconquistato lustro anche all’interno dell’Unione europea, un lustro interrotto al momento dalla pandemia globale che ha, in qualche forma, ridotto il consenso soprattutto per quanto riguarda i partiti più estremi: e questo deve far ben riflettere sulle ripercussioni delle ombre del passato che oggi sono le minacce delle società globali.