Giallo di via Poma: 31 anni fa il delitto di Simonetta Cesaroni

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Il 7 agosto 1990 Simonetta Cesaroni veniva uccisa in un’appartamento situato in via Carlo Poma a Roma. Da allora, nonostante le lunghe indagini, il caso non ha mai trovato una soluzione: il nome dell’assassino è rimasto un mistero.

simonetta cesaroni
Simonetta Cesaroni (foto di pubblico dominio)

Come purtroppo accade a numerosi casi di cronaca nera, anche il famigerato delitto di via Poma è rimasto irrisolto. A ormai 31 anni dal brutale omicidio di Simonetta Cesaroni, compiuto il 7 agosto 1990, la pagina della verità sembra essere ancora lontana dall’essere scritta. La vicenda, tra lunghe indagini, anomalie e presunti colpevoli è divenuta con il passare degli anni uno dei più grandi misteri italiani, attirando l’interesse di tutta l’opinione pubblica.

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L’omicidio di Simonetta Cesaroni

Quando la ragazza è stata uccisa aveva solo 20 anni. Nata il 5 novembre 1969, faceva la segretaria in uno studio commerciale. Su richiesta del suo datore di lavoro era stata incaricata di prestare servizio come contabile, per alcuni giorni alla settimana, per un cliente. L’ufficio si trovava in un appartamento situato al terzo piano di un palazzo di via Carlo Poma, a Roma.

Il pomeriggio dell’omicidio la giovane si era recata nello studio, nonostante fosse chiuso, per sbrigare alcune pratiche di lavoro, al termine delle quali avrebbe dovuto chiamare il suo capo Salvatore Volponi per aggiornarlo. Una chiamata che tuttavia non è mai stata ricevuta. Alle ore 17,15 Simonetta si era sentita soltanto con un’amica e collega, poi il nulla: fu l’ultimo indizio del fatto che a quell’ora la ventenne fosse ancora in vita. La sua famiglia, preoccupata per il mancato ritorno a casa, aveva lanciato l’allarme intorno alle 21,30.

La sorella Paola e il fidanzato della ragazza Raniero Busco, accompagnati da Volponi, si erano così recati nel suo ufficio per cercarla. Giunti sul posto verso le 23,30, si erano fatti aprire la porta dal portiere per poi fare la macabra scoperta: sul pavimento c’era il cadavere supino della giovane, uccisa con 29 coltellate. Il corpo era nudo, se non per il reggiseno calato e i calzini addosso. Gli altri abiti e alcuni effetti personali, come anche le chiavi dello studio, non sono mai stati ritrovati, eccezion fatta per le scarpe, posizionate pulite a un lato della stanza.

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Delitto di via Poma: le indagini

Le indagini per risalire all’assassino di Simonetta Cesaroni partirono immediatamente. Dalla ricostruzione dell’omicidio emerse che la ragazza quel pomeriggio non era sola: secondo le ipotesi era in compagnia di un uomo probabilmente di sua conoscenza. La vittima fu prima immobilizzata a terra dall’omicida, in ginocchio sopra di lei a pressarle i fianchi, e fu poi colpita alla testa provocandole un trauma cranico che la portò allo svenimento.

Successivamente l’assassino, utilizzando un tagliacarte, iniziò a pugnalarla dopo aver tentato invano di violentarla: sei le ferite al viso, quattordici quelle intorno al ventre e otto lungo tutto il corpo. L’autopsia stabilì che la morte sopraggiunse tra le 18 e le 18,30. Il primo a finire nel registro dei sospettati fu Pietrino Vanacore, portiere del palazzo, che fu l’ultimo a vedere Simonetta viva. Dopo numerosi accertamenti scientifici fu però scagionato, anche se l’archiviazione delle accuse non tolse i dubbi a gran parte dell’opinione pubblica.

Vent’anni dopo il delitto l’uomo morì suicida gettandosi in mare, dopo aver lasciato un messaggio: “Vent’anni di sofferenze e sospetti ti portano al suicidio”. Nel registro degli indagati finirono anche il datore di lavoro della giovane, Salvatore Volponi, e il figlio del proprietario di uno studio dello stabile, Federico Valle: entrambi furono in seguito ritenuti non colpevoli. Le indagini non registrarono alcuna svolta fino al 2006, quando dopo alcune analisi incrociate venne rinvenuto sul reggiseno della vittima un Dna di sesso maschile.

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La tracce si rivelarono compatibili con il profilo del fidanzato, Raniero Busco, che così divenne ufficialmente un indiziato per l’ipotesi di reato di omicidio volontario. L’uomo finì sotto processo: in primo grado fu condannato a 24 anni ma in appello, nel 2012, venne assolto. Assoluzione poi confermata due anni dopo anche dalla Cassazione: le tracce di Dna furono ritenute alla fine circostanziali e relative a presunte effusioni tra Simonetta Cesaroni e il fidanzato nei giorni precedenti all’omicidio.

L’inchiesta si è dunque conclusa senza un colpevole. Con il passare degli anni si sono susseguite anche svariate ipotesi alternative, dal possibile coinvolgimento dei servizi segreti a qualche collegamento con la Banda della Magliana. Piste che tuttavia non hanno mai portato ad alcun riscontro concreto, finendo nel calderone delle teorie complottiste. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, il brutale delitto di via Poma continua a restare uno dei casi di cronaca nera più misteriosi d’Italia.