Talebani annunciano il governo in Afghanistan: ricercato dall’FBI il Ministro Interni

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Il portavoce dei talebani ha annunciato le nomine in conferenza stampa

I talebani domenica scorsa hanno fatto irruzione a Kabul dopo che i militari americani hanno lasciato il Paese, il governo è crollato e il presidente è scappato dall’Afganistan in un esodo insieme ai molti dei suoi concittadini e stranieri, segnando la fine di una costosa campagna statunitense durata due decenni per esportare la democrazia nel Medio Oriente. Combattenti talebani armati di mitra si sono sparpagliati per tutta la capitale e molti sono entrati nel palazzo presidenziale abbandonato di Kabul.

Martedì i talebani hanno annunciato un governo ad interim, facendo un passo importante nel ristabilire il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan e facendo salire al potere molti sostenitori regime terrorista negli anni ’90. I leader talebani hanno chiarito che il nuovo governo però avrebbe offerto uno stile di governo più moderato e inclusivo. Alla conferenza stampa tenutasi ieri hanno presenziato figure di alto livello di il nucleo conservatore e teocratico.

Ecco chi c’è al governo momentaneo in Afganistan

“Assicuro a tutti i nostri connazionali che questi funzionari lavoreranno duramente per sostenere le regole islamiche e la legge della Sharia [ndl. i precetti della religione musulmanica]”, ha dichiarato lo sceicco Haibatullah Akhunzada, il leader supremo del movimento. il ruolo di presidente del Consiglio dei Ministri è stato affidato al mullah -esperto teologo – Mohammad Hassan Akhund uno dei fondatori del movimento talebano.

Il ministro degli interni è il temuto leader ricercato dall’FBI del gruppo militante Haqqani, Sirajuddin Haqqani. Mentre Mawlawi Muhammad Yaqoub, è stato nominato ministro della difesa ad interim, ed è il figlio maggiore del leader fondatore dei talebani, il mullah Muhammad Omar, e si pensa abbia trent’anni. La rete Haqqani è molto temuta perchè è quel gruppo estremista accusato dell’attacco all’ambasciata statunitense e alle vicine basi Nato a Kabul il 12 settembre 2011. Otto persone – quattro agenti di polizia e quattro civili – sono state uccise in quell’attacco.

Le donne che protestavano pacificamente a Kabul sono state picchiate dai talebani

Martedì centinaia di donne sono scese in piazza a Kabul per chiedere il rispetto dei loro diritti e sono state brutalmente disperse dai talebani. La protesta ha chiarito che le donne afgane non abbandoneranno tanto facilmente ai diritti che hanno ottenuto negli ultimi due decenni. Ma ha anche offerto un segnale preoccupante che i talebani potrebbero essere determinati a tornare indietro nel tempo.

Per reprimere una manifestazione per la seconda volta in meno di una settimana. Hanno iniziato a picchiare i manifestanti con il calcio dei fucili e bastoni, hanno detto i testimoni, e la folla si è dispersa dopo che i combattenti hanno iniziato a sparare in aria.

Testimone la giornalista Cecilia Sala, che da qualche giorno è proprio a Kabul per testimoniare dall’interno quello che sta succedendo nel Paese in questo periodo di tensione. La donna ha testimoniato, anche sul suo profilo Instagram, che si è dovuta allontanare dalla finestra dell’albergo in cui risiedeva, a causa degli spari dei talebani che hanno colpito le finestre. La giornalista è stata intimata di nascondersi e ripararsi in bagno.

È stata una straordinaria esibizione pubblica da parte delle donne, che hanno subito una brutale sottomissione l’ultima volta che i talebani sono stati al comando del paese. Dall’imposizione del burqa nelle strade, alla possibilità di poter lavorare, ma solo in posizione subordinate, le afgane ora temono che il gruppo talebano non sia cambiato rispetto a vent’anni fa.

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Rezai, 26 anni, uno dei coordinatori e organizzatori dell’ultima protesta, racconta: “Abbiamo invitato le persone tramite i social media”, ha detto, “e c’erano più persone di quanto ci aspettassimo”, racconta la donna. Rezai poi racconta che fino a questo momento i talebani non hanno ottenuto i risultati previsti, se non seminare nel paese il terrore. Mentre marciavano martedì mattina, portavano uno striscione con una sola parola: “Libertà“.