Omicidio Marta Russo: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro oggi

0
584
Il delitto Marta Russo, l’omicidio senza movente della studentessa della Sapienza “uccisa per gioco”, ecco chi sono i fautori del drammatico gesto: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro.

Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro divennero protagonisti di un drammatico fatto di cronaca nera che segnò la storia d’Italia alla fine degli anni Novanta. I due infatti si resero complici dell’omicidio della studentessa Marta Russo all’Università romana “La Sapienza”. Scattone fu ritenuto colpevole del delitto e condannato in via definitiva nel 2003 per omicidio colposo aggravato alla pena di 5 anni e 4 mesi di reclusione. Ferraro invece fu ritenuto colpevole di favoreggiamento.

Giovanni Scattone a destra e Salvatore Ferraro a sinistra in tribunale

POTREBBE INTERESSARTI: Operazione Tuono: la protesta di Pappalardo è un flop

Il caso fu presto preso d’assalto dai media e dall’opinione pubblica, sia perchè l’omicidio era stato compiuto in un ateneo importante come “La Sapienza”, sia perché non si trovò facilmente un movente all’accaduto. Gli inquirenti batterono molte piste, tra cui ipotizzarono uno scambio di persone, fino ad un atto di terrorismo.

Quello che successe quella mattina del 9 maggio 1997, alle ore 11:42 circa, fu che una pallottola raggiunse Marta Russo. Lo sparo secondo gli investigatori partì dal davanzale della finestra dell’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche dell’università romana, dove infatti furono ritrovate tracce di polvere da sparo.

Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro furono inizialmente accusati di aver voluto compiere un “delitto perfetto” e in seguito di aver sparato “per scherzo” o per errore. I due hanno però hanno sempre affermato con forza la propria innocenza riguardo la morte della vittima. Alcuni studenti testimoniarono che il “delitto perfetto”, su cui avrebbero tenuto anche un seminario, poi smentito dai due diretti interessati, era ricorrente nei discorsi dei due assistenti universitari. 

Dunque gli inquirenti hanno considerato che i due avessero voluto “inscenare” un delitto senza movente per assecondare le loro tesi, ma che la situazione fosse degenerata. Nessuno dei due accusò l’altro per l’omicidio e in carcere Scattone tenne un lungo sciopero della fame per protesta.

POTREBBE INTERESSARTI: Terrore Talebani: decapitata giocatrice di volley in Afghanistan

Chi sono Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro

Giovanni Scattone nasce a Roma nel 1968, e si laurea in filosofia con il massimo dei voti, per poi continuare il suo percorso di studi con un con master in Storia moderna e contemporanea. Scontata la pena, prima in carcere e poi ai servizi sociali, Scattone non fu interdetto dai pubblici uffici così iniziò a lavorare come supplente in un lice.

Ma Scattone fu per lungo tempo al centro di polemiche accese, così decise di abbandonare l’incarico, nonostante fosse la sua principale fonte di sostentamento nonché di pagamento dei risarcimenti civili e processuali. Nel 2015 ottiene una cattedra in psicologia all’istituto Einaudi di Roma, ma si trova a dover rinunciare all’incarico dichiarando di “aver perso la serenità necessaria per quel tipo di lavoro”. In seguito deciderà definitivamente di abbandonare la carriera da insegnante e ha intrapreso a lavorare come traduttore, correttore di bozze e ghost writer.

Salvatore Ferraro è di origine calabrese, nato infatti a Locri nel 1967, ha già da piccolo la passione per la musica, la scrittura, e il calcio. Ferraro si trasferisce a Roma per studiare giurisprudenza alla Sapienza, laureandosi anche lui con il massimo dei voti con una tesi sul diritto naturale. Diventa dottore di ricerca e poi assistente universitario assieme all’amico Giovanni Scattone.

POTREBBE INTERESSARTI: Marta Russo, storia di un delitto universitario che fece scalpore

Nel 2005 finì di scontare la pena, e nemmeno lui fu mai interdetto dai pubblici uffici, né privato dei diritti civili e politici poichè accusato di omicidio colposo e non intenzionale. Ferraro diviene poi militante del “Partito Radicale”, impegnato per i diritti umani dei detenuti e la riforma della giustizia. Il ricercatore inoltre si è proposto ad assistere legalmente numerosi casi di morti per sospetto abuso delle forze dell’ordine o maltrattamenti in carcere come Stefano Cucchi.