Io speriamo che me la cavo, un documentario per ritrovare tutti i protagonista del film girato trent’anni fa: l’autore è uno di loro
Il film della grande Lina Wertmuller con protagonista Paolo Villaggio è del 1992, treant’anni fa. Nato dal libro di Marcello D’Orta che ha all’epoca raccolse i temi più stravaganti, particolari (anche da un punto di vista umano), divertenti quanto sgrammaticati scritti da bambini di Arzano, in provincia di Napoli – Corzano nel film – è come se avesse avuto un sequel.
Che fine hanno fatto i bambini che formarono la classe elementare di Corzano dove il maestro (Villaggio) si trovò ad insegnare per errore? È una domanda che si è posto anche Adriano Pantaleo, uno di quei piccoli che ha proseguito la carriera di attore.
Era il piccolo Vincenzino, il giovane gelataio sottratto dalla grinfie dello sfruttamento minorile per tornare al suo posto, in aula a studiare.
Pantaleo ha lavorato a un documentario, Noi ce la siamo cavata, nel quale in lungo e in largo per l’Italia cerca quei compagni di classe. Una sorta di rimpatriata dopo anni ma documentata.
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Da Napoli alla capitale passando per Piacenza fino a Torino. Adriano Pantaleo è andato lontano perché allora (forse più dei tempi recenti) chi era nato negli anni Ottanta per trovare maggiore fortuna è dovuto partire.
In un’intervista rilasciata a Il Mattino ha spiegato che qualcuno di quei protagonisti crescendo ha fatto qualcosa di sbagliato: ha visto la galera ma poi, appunto, se l’è cavata e oggi ha lavoro e famiglia. Mario Bianco che intepretava Nicola, il bambino che voleva mangiare sempre briosce, è rimasto nel mondo dei dolci aprendo due cornetterie.
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Anche le bambine hanno messo su famiglia, sono diventate moglie e madri. Qualcuna dopo quella grande esperienza ha proseguito per alcuni anni la carriera di attrice per poi lasciare. Con un po’ di rammarico raccontano la scelta ma c’è anche la gioia per la felicità che vivono oggi. Il documentario si chiude con il più classico evento della rimpatriata, la cena, mentre guardano l’assegnazione dell’Oscar alla Wertmuller.
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