Shopping online, attenzione alle insidie: una recente verifica di Greenpeace mette in allerta i consumatori.
Le feste natalizie sono alle porte, e con esse l’immancabile rituale dello shopping, sia esso online o presso i negozi di fiducia.
I prezzi spesso poco concorrenziali e l’alto tasso di affollamento dei negozi spinge un numero sempre maggiore di utenti a spulciare i siti dedicati allo shopping online. Alcuni di essi, però, rappresentano un vero e proprio rischio per il consumatore e per l’ecosistema: scopriamo quali, e perché.
Un laboratorio di Greenpeace Germania ha effettuato un’analisi a campione di alcuni capi di abbigliamento acquistati presso la celebre piattaforma cinese “Shein“. La florida azienda, fondata dall’imprenditore Chris Xu a Nanchino nel 2008, ha avuto negli ultimi anni un’impennata di vendite impressionante.
Complice i recenti lockdown, e la formula vincente che promette capi alla moda a prezzi stracciati, “Shein” si impone come un vero e proprio titano nella fashion-industry low cost. Il concetto di base è semplice: dopo aver sfogliato l’ampio catalogo online, gli utenti possono comodamente selezionare i capi d’abbigliamento e gli accessori desiderati, i dettagli della spedizione, et voilà!
Nel giro di qualche settimana, i clienti si vedranno recapitare l’ambito pacco dal corriere, e potranno indossare gli indumenti occhieggiati sul sito principale. Greenpeace Germania, però, ha lanciato l’allarme. Da un campione di 47 capi di abbigliamento consegnati in Italia, Austria, Spagna e Svizzera, il 15% di essi risulta non conforme alle normative europee, riporta il portale “Greenme”.
Il motivo è presto detto: i veloci ritmi di produzione e l’esigenza di contenere i prezzi spinge “Shein” ad utilizzare sostanze e coloranti illegali e nocive per l’ambiente e per l’essere umano. I primi a pagarne il prezzo sono i lavoratori della filiera, spesso sottoposti a ritmi massacranti, e messi a contatto con elementi cancerogeni e irritanti. In secondo luogo, il concetto stesso di fast-fashion impone un veloce riciclo dei capi acquistati, spesso difficili da smaltire e nocivi per l’ecosistema.
Giuseppe Ungherese, responsabile del comparto anti-inquinamento Greenpeace Italia avverte: “Il fast fashion, per via dei suoi notevoli impatti ambientali, è da considerarsi incompatibile con un futuro rispettoso del pianeta e dei suoi abitanti. L’ultra-fast fashion addirittura aggrava gli impatti del settore e accelera la catastrofe climatica e ambientale. Per questo, deve essere fermato subito.“.
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