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Politica

Brexit: un mese dopo la fine dei negoziati

Published by
Francesco Serra

Già dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea del 2016, che ha sancito la vittoria dei favorevoli all’uscita dall’Ue con il 51,89%, contro il 48,11% dei contrari, la discussione sugli effetti post-Brexit sono diventate centrali per le sorti dell’economia britannica.

 

(Photo by PAUL FAITH/AFP via Getty Images)


Dopo il risultato del referendum il governo britannico in data 29 marzo 2017 ha dato via al  meccanismo di recesso previsto dall’art. 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE). Avviando così i negoziati con un Accordo di Recesso che oggi regolamenta tutti quei temi centrali, a partire delle questioni finanziarie. I negoziati hanno avuto una durata più lunga del previsto e si sono conclusi con non poche difficoltà solo alla fine del 2020.

Sul tema la BBC ha riportato le dichiarazioni del laburista Stephen Kinnock che si dice preoccupato per l’effetto dannoso delle tasse per l’industria siderurgica – affermando che la Brexit sta pesantemente influendo sulla quantità di acciaio riservata alle importazioni per la carenza dei trasporti e delle perplessità dei committenti dell’Ue. Invitando il governo britannico a fornire sostegno al comparto industriale.

Gli effetti della Brexit sull’economia britannica

Il Financial Time ha invece individuando l’impatto della Brexit su cinque categorie economico-sociali distinte. In primis quella dei cantanti e dei professionisti; Il Regno Unito dopo la fine degli accordi è diventato in modo definitivo un paese terzo. Un problema per gli artisti impegnati in giro per i propri tour. che saranno costretti a ricorrere ai visti. Accordo quello tra Gran Bretagna e Ue che mette alla sbarra gli scambi culturali tra artisti internazionali. E lo stesso discorso va a cogliere anche le perplessità degli altri professionisti, costretti a fare i conti conti con una regolamentazione che complica il riconoscimento dei titoli professionali. Per legislatura infatti, i paesi dell’Ue devono basarsi sulla legislatura interna, anche in questo caso dovranno ricorrere ai visti lavorativi.

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Un discorso che si estende alle piccole e medie imprese. L’aumento dei costi per la logistica ha allontanato l’ambizione di alcune imprese nella commercializzazione  della Gran Bretagna verso i paesi dell’Ue, alcune di queste hanno interrotto i canali di vendita verso il continente europeo altre invece sono state costrette a delocalizzare i propri magazzini all’interno del territorio Ue, mossa che ha naturalmente fatto collassare i posti di lavoro nel settore, causando anche un alto tasso di disoccupazione. L’analisi del Financial Time che nel settore manifatturiero 6 aziende su 10 hanno dovuto sostenere costi aggiuntivi per la risoluzione delle pratiche burocratiche, recriminando infatti una semplificazione di tali procedure al fine di agevolare i controlli doganali.

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Rimane pungente anche la questione che riguarda gli acquisti con carta di credito, vedasi la recente “vicenda Mastercard” che ha deciso di aumentare di ben cinque colte le commissioni sul circuito per le operazioni bancarie (incluso gli acquisti) effettuate a favore delle aziende con sede europea.

La filiera agricola e la pesca

Cresce a rilento anche il settore agricolo e quello della pesca, costretti a fare i conti con il raddoppiarsi delle tempistiche di consegna della materia prima a causa, anche in questo caso, dei rallentamenti e delle pratiche burocratiche attivate delle procedure per ottenere i permessi. Anche se l’accordo tra Gran Bretagna e Ue non prevede dazi per l’esportazione del prodotto ittico, le ispezioni – che ora fanno parte delle normali procedure per accogliere pesce nell’Unione europea, rallentano in modo evidente i meccanismo scambio, causando a volte anche il respingimento della merce da parte degli organi doganali. I pescatori coinvolti maggiormente dalla spinosa questione sono quelli scozzesi e quelli della Cornovaglia – recentemente sono stati i più attivi nel protestare contro gli accordi siglati Boris Johnson. Il governo ha replicato dichiarando che presto verranno elargiti 23 milioni di sterline a favore della filiera ittica. Rimane comunque il fatto che lo stesso governo britannico non ha bloccato l’arrivo di prodotti provenienti dai paesi dell’Unione europea che per il basso costo si insediano come concorrenti nel mercato interno. Anche gli allevatori hanno dichiarato le loro preoccupazioni, poiché l’esteso rallentamento del trasporto merci causerà il deteriorarsi della carne bloccata alle frontiere dalle autorità sanitarie.

Irlanda del Nord “ibrida”

Si è deciso, per stanare i dissapori tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna di lasciare L’Irlanda (paese membro dell’Ue) dentro l’unione doganale e il mercato unico europeo. Rimarranno comunque i controlli sui prodotti l’Irlanda del Nord importerà dalla GB. I ritardi dettati dalla burocrazia hanno fatto si che i scaffali venissero fotografati vuoti nell’ultimo mese. Un problema che ha destato preoccupazione anche per i vaccini dopo le limitazioni dell’Ue delle esportazioni del vaccino prodotto da AstraZeneca. La stessa commissione ha però revocato la misura per l’Irlanda del Nord, riportando la situazione alla normalità.

 

 

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