Félix Gallardo, chi è El Padrino del cartello di Guadalajara

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Chi è El Padrino, il fondatore del cartello di Guadalajara che controllò il traffico di cocaina più vasto del mondo. 

(Screenshot video)

L’ex poliziotto federale Miguel Ángel Félix Gallardo, conosciuto semplicemente come El Padrino, divenne uno degli uomini più potenti del mondo. Fondatore del cartello di Guadalajara, negli anni Ottanta Gallardo controllava quasi tutto il traffico di droga attraverso il confine tra Stati Uniti e Messico.

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Chi è El Padrino

Miguel Ángel Félix Gallardo nacque nel 1946 nello stato messicano di Sinaloa. Entrò giovanissimo nella Polizia Giudiziaria Federale e negli anni, curioso a dirsi, si dedicò a combattere soprattutto il contrabbando e il traffico di droga della regione. Le cose cambiarono quando divenne la guardia del corpo di Leopoldo Sanchez Celis, l’allora governatore di Sinaloa. Lavorare sotto Sanchez gli permise di incominciare a tessere i primi legami col mondo della malavita.

Agli inizi degli anni Ottanta, Gallardo abbandonò le vesti da poliziotto e indossò quelle di capo indiscusso del narcotraffico. All’epoca, i principali narcos messicani erano deboli e divisi tra di loro. Gallardo pensò bene di riunirli tutti e fondò quella che poi sarebbe diventata in Messico l’organizzazione più importante per il traffico di stupefacenti: il cartello di Guadalajara.

Grazie alla collaborazione con gli altri due fondatori, Rafael Caro Quintero ed Ernesto Fonseca Carrillo, Gallardo intuì che per avere successo doveva collaborare con i narcotrafficanti colombiani, all’epoca molto più temibili rispetto a quelli messicani. La cooperazione tra narcos colombiani e messicani incominciò in seguito all’inasprimento delle misure statunitensi per contrastare l’introduzione della droga nel paese. Per far arrivare la loro merce negli USA, Gallardo propose ai colombiani la via del Messico come porta sicura.

L’idea funzionò effettivamente e Gallardo comprese che era ora di dare una svolta al suo business. Propose ai colombiani di non essere più pagato in soldi ma in merce, ricevendo dunque il 50% della cocaina trasportata. Fu così che i narcotrafficanti di Guadalajara da semplici trasportatori di droga negli Stati Uniti divennero gli unici distributori, il che aumentò di molto i loro profitti. Quelli colombiani, al contrario, si ridussero in seguito a semplici produttori. Alla fine degli anni Ottanta, El Padrino aveva in mano il monopolio dell’intero narcotraffico messicano.

Gallardo sicuramente non sarebbe potuto diventare nessuno se non avesse avuto importanti appoggi istituzionali. Grazie al suo passato da poliziotto, Félix Gallardo disponeva di una fitta rete di conoscenze sia in politica che nelle forze dell’ordine. In particolare, Gallardo collaborò molto con la Dirección Federal de Seguridad, ovvero i servizi segreti messicani dell’epoca, guidati da Miguel Nazar Haro. Quest’ultimo, che collaborava anche con la CIA, appoggiò le attività del cartello di Guadalajara in quanto sosteneva i Contras, ovvero i guerriglieri nicaraguensi che combattevano il governo sandinista.

L’omicidio di Enrique Camarena e l’arresto di Gallardo

Per distruggere El Padrino, la DEA statunitense decise di far infiltrare nel cartello messicano Enrique Camarena, agente sotto copertura che arrivò a collaborare da vicino con Gallardo. Grazie al suo lavoro, Camarena riuscì a fornire importanti informazioni e nel 1984, una spedizione di oltre 400 soldati messicani, entrò nella piantagione di El Bufalo, sequestrando oltre 1000 ettari di campo coltivati a marjuana. Fu un duro colpo per El Padrino che si vendicò su Camarena, rapendolo, torturandolo per giorni e infine uccidendolo. La DEA di tutta risposta, incominciò le indagini per l’omicidio di Camarena, scovando anche i rapporti che il cartello di Gallardo aveva con le istituzioni messicane.

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Inizialmente riuscito a scappare alla giustizia, Gallardo, il cui nome diventò popolare negli USA dopo l’omicidio di Camarena, fu arrestato nel 1989. Dal carcere, tuttavia, continuava tranquillamente a gestire i suoi traffici illegali grazie all’utilizzo di un cellulare. Per questo fu poi trasferito negli anni Novanta a Altiplano, un carcere di massima sicurezza dove sta scontando una pena di 40 anni.