Nada Cella, il delitto di via Marsala: un giallo lungo 25 anni

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Chi ha ucciso Nada Cella, il delitto di via Marsala: un giallo lungo 25 anni, tutti i misteri di questa vicenda annosa.

Nada Cella

Noto come il delitto di via Marsala, l’assassinio della 25enne Nada Cella, avvenuto la mattina del 6 maggio 1996, è un mistero tuttora irrisolto. La ragazza venne uccisa sul posto di lavoro, al civico 14 di Via Marsala, a Chiavari. Quindi, al secondo piano, c’era la sede dello studio di commercialisti dove prestava servizio come segretaria da 5 anni.

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Il tutto avvenne quando la ragazza da poco era arrivata in ufficio, un buco nero di 20 minuti, tra le 08:50 e le 09:10, che non ha mai trovato una soluzione. La vittima probabilmente non si è nemmeno resa conto dell’aggressione: non ci sono infatti tracce di colluttazione, né avrebbe provato a difendersi. Inoltre, sul posto non vi erano segni di effrazione.

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Come è morta Nada Cella: il referto del medico legale

Questo lascia pensare che Nada Cella potesse conoscere il suo carnefice e che questi abbia agito in maniera davvero repentina. La ragazza venne massacrata di pugni e calci, quindi colpita anche con un corpo contundente, probabilmente un posacenere. Sul suo corpo, vi sono anche lesioni fratturative craniche con epicentro in sede “fronto temporo parietale” sinistra, che a quanto pare la ragazza si sarebbe causata impattando col pavimento. A trovarla ancora viva, sebbene agonizzante, il suo datore di lavoro, il dottor Marco Soracco. Questi arrivò in ufficio con una decina di minuti di ritardo rispetto al solito, quindi rispose alla telefonata di una cliente. Solo dopo questa scoprì il corpo della sua segretaria che rantolava. La giovane era in un lago di sangue e scalza. Immediatamente Soracco chiamò la polizia, che girò la telefonata anche alle ambulanze.

Alle 9.20 i soccorsi sono sul posto, alle 09:30 l’ambulanza giunse al Pronto Soccorso di Lavagna. Da qui, Nada Cella venne trasferita all’ospedale San Martino a Genova, intorno alle 11.30, mentre il decesso avviene alle 14:10 circa. Le indagini furono subito difficili: la scena del crimine era alterata prima dai soccorritori per posizionare la giovane sulla barella spinale e poi da Marisa Bacchioni, mamma del commercialista, la quale sembra fosse una maniaca della pulizia. Anche le prime ipotesi furono fuorvianti: non si pensò immediatamente all’aggressione, ma a un malore o qualcosa di simile.

Le prime indagini

Le uniche tracce di sangue non pulite da Marisa Bacchioni sono quelle nell’ufficio in uso a Nada Cella, ma si tratta di tracce non utili in qualche modo, perché il sangue in quel momento sarebbe fuoriuscito senza zampillare e non ci sono perciò impronte dell’aggressore. Stando al medico legale, l’assassino si sarebbe comunque macchiato del sangue della sua vittima, quantomento sul tronco e sull’arto superiore. E infatti una testimone sostiene di aver sentito scorrere abbondantemente l’acqua del rubinetto del bagno dello studio e ne fu stupita. I sospetti furono subito su Marco Soracco, il datore di lavoro, primo iscritto nel registro degli indagati.

Successivamente, venne indagata e rapidamente scagionata una condomina dello stabile, paziente psichiatrica, affetta da schizofrenia deficitaria con aspetti paranoici. Si passò quindi alla “pista del cappuccino”, ovvero alla traccia di uno scontrino rilasciato da un bar della cittadina ligure. Anche questo dettaglio venne smentito dai fatti e si passò quindi a indagare su un ex fidanzato di Nada Cella, anche questi con un alibi di ferro. Quello che risultò assurdo è che in un palazzo frequentato nessuno abbia visto nulla.

L’ultima inquietante svolta sulla morte di Nada Cella

Negli anni a seguire, emerse la testimonianza di una cliente dello studio, la quale sostenne che quella mattina era riuscita a parlare con Soracco, ma in precedenza aveva telefonato altre due volte prima e una voce femminile, non giovane, le disse che aveva sbagliato numero. La donna si dice sicura di aver fatto il numero giusto, ma resta il fatto che la persona che avrebbe risposto al telefono non venne mai individuata. C’è anche la testimonianza di uno degli inquilini dello stabile, che quella mattina prese l’ascensore, poi si rese conto di aver dimenticato qualcosa a casa e fatto dietrofront trovò poi l’ascensore occupato.

Una delle certezze investigative è che Nada Cella conoscesse il suo aggressore. Si pensa inoltre che questi possa aver abbandonato i vestiti macchiati di sangue approfittando di un camion della nettezza urbana. A fine anni Novanta venne indagato un muratore, quindi emersero i diari della ragazza che faranno riaprire le indagini nel 2005. Emerge anche la pista del racket della prostituzione nel 2006, ora infine i referti dell’epoca vengono di nuovo presi in considerazione e analizzati. Da questi potrebbe emergere la verità? Intanto, il padre di Nada, Bruno Cella, è morto nel 1999, colpito da un infarto mentre tornava dal cimitero. Sua madre Silvana lotta ancora oggi per la verità.