Simonetta Cesaroni: un suicidio sospetto è la chiave del caso

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“Il killer di Simonetta Cesaroni va ricercato nelle persone coinvolte nelle indagini”, dice il vicequestore Antonio Del Greco che 31 anni fa si occupò del delitto. 

Simonetta Cesaroni è scomparsa nel suo appartamento al civico 2 di via Poma a Roma 31 anni fa, ma ancora non è noto chi sia l’omicida che tolse la vita alla donna il 7 agosto del 1990. Il vicequestore Antonio Del Greco che indagò sul delitto di Simonetta afferma che l’assassino va ricercato tra le persone coinvolte nell’inchiesta.

Secondo Del Greco il movente dell’omicidio è senza ombra di dubbio quello sessuale. Inoltra il vicequestore racconta che prima dell’intervento della sua squadra qualcuno era gi stato sulla scena del crimine. Infatti Del Greco notò che le prove erano già state contaminate.

La cosa che ha colpito di più il capo della squadra mobile è come una giovane ragazza fosse stata uccisa con così tanta crudeltà. Inoltre è stato evidente come l’omicida avesse provato a spostare il cadavere e poi non l’ha più fatto perchè forse non ne aveva avuto tempo o modo per farlo. Inoltre il killer di Cesaroni ha cercato di ripulire l’appartamento. La dimora di Simonetta risultò infatti troppo in ordine per essere una scena del crimine, e non erano presenti tracce evidenti dell’aggressore, afferma il vicequestore.

Simonetta Cesaroni conosceva il killer

Alcune prove portano a pensare che la ragazza conosceva il suo omicida. Una prima evidenza è che la porta d’ingresso era stata chiusa con ben quattro mandate di chiave. Infatti se i fosse trattato di un estraneo, Del Greco afferma che la sua prima preoccupazione sarebbe stata di allontanarsi in fretta e senza badare a chiudere la porta di casa. Inoltre non c’erano prova di effrazione e tutti gli effetti personali della ragazza erano presenti.

Il ruolo del portiere di via Poma e del fidanzato della donna

Un ruolo importante nel delitto di Simonetta Cesaroni è stato sicuramente quello del portiere della sua abitazione, Pietrino Vanacore. L’uomo infatti, secondo il capo della squadra mobile, è stato durante la vicenda un personaggio ambiguo e poco collaborativo con le forze dell’ordine.

Proprio poche ore prima di testimoniare sulla vicenda, Vanacore si toglie la vita. Una delle motivazioni che potrebbero essere la causa del suo estremo gesto sarebbe forse non voler raccontare la verità sul processo contro Raniero Busco, il fidanzato di Simonetta.

Il compagno della donna viene condannato per l’omicidio nel primo processo, mentre viene assolto con formula piena nel secondo. Infatti secondo Del Greco non c’era alcuna prova che potesse far ricadere su Busco la colpa dell’omicidio. Nel primo processo l’uomo fu condannato a causa di una fotografia di un presunto morso sul seno della vittima. Ma secondo il vicequestore la lesione non aveva nulla a che fare con un morso.

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Le indagini

Secondo Antonio De Greco dal punto di vista delle indagini non sono commessi errori, anche perché gli strumenti che avevano a disposizione all’epoca non sono comparabili con quelli che abbiamo oggi. L’omicida della donna, secondo il vice capo della polizia è da cercare nelle persone che sono state coinvolte nell’inchiesta. Non è facile l’indagine a 31 anni dal delitto, anche se ci sono ancora alcune piste non battute sono poche le possibilità che la verità possa saltare fuori.