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Stato Whatsapp, le parole usate possono costituire reato di diffamazione

Published by
Giuseppe

Stato Whatsapp, se la frase postata contiene offese è un reato: lo ha stabilito la Corte di Cassazione dopo un caso a Caltanissetta

Credit: Pixabay

Attenzione alle parole perché possono essere pesanti e soprattutto rivoltarsi contro chi le usa. Anche le frasi usate per esprimere un proprio stato su Whastapp, se particolarmente offensive possono essere considerate reati e portare a una condanna.

Da oggi c’è un procedente con una sentenza della Corte di Cassazione del luglio scorso: le cui motivazioni sono state diffuse dallo Studio Cataldi e la notizia lanciata dall’agenzia Agi che ha studiato le carte.

La Corte d’Appello di Caltanissetta aveva condannato un uomo che tramite lo stato Whatsapp aveva offeso una donna. La difesa del condannato aveva sostenuto la tesi che la frase non fosse rivolta alla persona ritenuta offesa e che non non fosse stata letta da tutti, perché non tutti i contatti salvati potrebbero avere la famosa applicazione di messaggistica. Ma la linea difensiva non ha retto.

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Whatsapp, stato offensivo: perché la condanna è stata confermata

La Corte di Cassazione ha però confermato la sentenza di condanna di secondo grado sostenendo che se l’imputato “avesse voluto limitare la visione delle parole rivolte alla donna sarebbe stato sufficiente mandarle un messaggio individuale“. Per l’uomo una condanna di tremila euro più le spese processuali.

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Una sentenza destinata a fare storia e che soprattutto può essere utilizzata come monito per gli hater sui social. Non tutti hanno chiaro l’idea che offese scritte sulle piattaforme dove si condividono idee e messaggi possono costituire reati gravi.

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