Fantozzi ha aperto la strada a un nuovo linguaggio ma anche ad alcune riflessioni: da chi si è ispirato l’autore
Paolo Villaggio non ha creato solo un personaggio, al quale viene sempre associato, ma un vero e proprio neologismo carico di significato.
Il nome Ugo fa venire in mente il ragioniere più noto e sfigato d’Italia e Fantozzi è la vittima delle situazioni che gli sono proprie, appunte fantozziane. Nel 1971 ha scritto il romanzo, edito da Rizzoli, sulle disavventure del ragioniere e l’impiegato medio dell’Italia dell’epoca. Nel 1976 ci fu la prima trasposizione cinematografica.
Il libro era diviso in quattro parti, uno per ogni stagione: Fantozzi di primavera, d’estate, d’autunno e d’inverno. Le storie raccolte aveva avuto spunto da altri racconti che Villaggio aveva pubblicato sul una delle riviste più note dell’epoca, L’Europeo. Ma a loro volta, queste storie, sono nate dall’osservazione di una sola persona?
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La risposta a questa domanda non può essere univoca. Fantozzi è esistito, sì e no. Non è esistita una sola persona con questo nome e queste caratteristiche e sarebbe più corretto parlare di vari Fantozzi.
Uomo di mezza età, inetto, succube, sempre prono a subire, Fantozzi è una metafora della vita reale e lavorativa (con eccessi voluti di tragicomicità), conditi da un linguaggio particolare (il famoso “batti lei“), che hanno scandito le battute e i ricordi di milioni di italiani.
Qualcuno vede una denuncia sociale della condizioni degli impiegati negli anni in cui avevano molto più spazio gli operai. I lavoratori da scrivania costretti all regole dei direttori maga-galattici e a tante altri sottomissioni.
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I Fantozzi ci sono stati e ci sono ancora e questo spiega il successo del personaggio che a quarant’anni dalla pubblicazione del primo libro attira ancora l’attenzione.
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