Race – Il colore della vittoria: la vera storia di Jesse Owens

Race – Il colore della vittoria narra la storia del campione afroamericano Jesse Owens, mediaglia d’oro alle olimpiadi naziste

Quelle del 1936 furono ribattezzate le Olimpiadi di Hitler e i Giochi più antichi del mondo divennero uno strumento nelle mano della propaganda del regine Nazista.

Race. Il colore della vittoria
Locandina – Race. Il colore della vittoria (foto Facebook)

Ma alla storia è stato consegnato anche altro. Se il regime mostrava, come per ogni evento le immagini, del dittatore, gli sportivi negli anni successivi hanno ricordato soprattutto Jesse Owens.

La sua storia è stata raccontanta con libri, documentari e film, e uno di questi è Race – Il colore della vittoria del 2016. La storia dell’atleta non si limita alle gesta sportive che di per sé basterebbero a rendere la sua vita degna di memoria per la vittoria di quattro ori a Berlino.

Nato in Alabama ad Oakville nel 1913, la vicenda ha inizio nei campi di cotono, luoghi di fatica e sfruttamento. È nero e povero e quindi le avversità non sono poche, ma la determinazione e il talento gli permettono di emerge, iscrivendo il suo nome nella storia.

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Jesse Owens, la storia dell’atleta e la trama del film

Jesse Owens nasce in un paese dove vigeva ancora la segregazione raziale e volo in Europa per le Olimpiadi con i nazisti al potere. Ha vissuto in un’epoca in cui non era facile diventare un vincente per un uomo con la pelle nera.

Il film comincia raccontando la vita di tutti i giorni di Owens. Un giorno incontra quello che divenntò il suo allenatore e l’evento cambia la sua esistenza. Fu sottoposto a duri allenamenti, ma il tecnico riconobbb subito le doti, credendo subito in lui.

Il destino gli sembra avverso ma è solo una prova: per una scommessa subì un infortunio rischiando di non partecipare ai Giochi ma fece di tutto per esserci e recuperò.

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Volò in Germania, veinse, e fu protagonista del gesto che forse l’ha reso famoso più di quello sportivo, perché fu sociale e politico: durante la premiazione rifiutò di fare il saluto nazista sotto gli occhi di Hitler.