Alta Corte britannica: Assange potrà essere estradato negli Usa

L’Alta Corte britannica ha ribaltato la precedente sentenza della giudice distrettuale Vanessa Baraitser. Julian Assange potrà quindi  essere estradato negli Stati Uniti.

(Photo by Chris J Ratcliffe/Getty Images)

Per L’Alta Corte britannica il fondatore di Wikileaks potrà essere estradato negli Stati Uniti, proprio dove pende su di lui un’accusa di spionaggio legate alla pubblicazioni di alcuni documenti su Wikileaks. Una decisione che sicuramente farà discutere.

Lo scorso gennaio la giudice distrettuale aveva negato la possibilità di estradizione di Assange con motivazioni legate alla salute mentale del fondatore di Wikileaks – una decisione capovolta dell’Alta Corte dopo nuove istanze dei difensori americani. Come spiega AdnKronos, sono bastate le rassicurazioni da parte degli Stati Uniti sul trattamento di queste problematiche.

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Gli Usa avrebbero spiegato che Juliane Assange non verrebbe sottoposto a misure di estrema sicurezza, promesse che hanno convinto l’Alta Corte britannica. “Questa conclusione è sufficiente a determinare che questo appello è in favore degli Stati Uniti” si legge a chiusura del testo della sentenza emessa da Lord Burnett.

Negli Stati Uniti Assange rischierebbe una condanna a vita, 175 anni di prigione che potrebbero arrivare con 18 capi di imputazione. Anche in questo caso da Washington avrebbero rassicurato che la condanna non andrebbe oltre i 6 anni.

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Assange potrà però presentare ricorso in appello alla Corte Suprema britannica che valuterà se prendere in carico il ricorso. In caso positivo il procedimento potrebbe durare anche alcuni mesi. Questa potrebbe essere l’ultima chance per Assange di evitare l’estradizione. Poi i legali potrebbero appellarsi alla Corte europea dei diritti umani.

Negli Stati Uniti Assange è accusato di violazione dell’Espionage Act, per aver pubblicato documenti classificati top secret sulla guerra in Iraq e in Afghanistan. Intanto in tutto il mondo la mobilitazione per chiedere la liberazione di Assange prosegue, sostenuta in primo piano anche da Amnesty International.