Giuseppe Marrazzo, chi è il giornalista di “razza” italiano

Giuseppe Marrazzo, in arte “Joe” nasce il 19 Marzo del 1928, comincia l’attività da giornalista sin da quando era adolescente al Mattino d’Italia, per poi diventare un inviato per Omnibus, Epoca e Tempo Illustrato.

 

Joe Marrazzo, chi era il giornalista di razza che intervistò il Boss Cutolo (RaiPlay)
Joe Marrazzo, chi era il giornalista di razza che intervistò il Boss Cutolo (RaiPlay)

Le sue inchieste e i suoi servizio video sono passati per i dossier del Tg2, e per “AZ, Un fatto come e perché”, tutti possono essere visionati tramite il portale RaiPlay.

Con i suoi servizi e i suoi dossier, il giornalista ha mostrato il potere della Mafia nel Paese, tramite l’analisi della ‘Ndrangheta e della Camorra, ha anche mostrato le influenze che riescono ad avere sulla magistratura e sulla politica in generale.

Il giornalista è morto all’età di 57 anni nel 1985, durante la sua carriera ha subito diverse minacce ed intimidazioni, come ad esempio l’incendio di tre automobili.

Ma nonostante tutto ha ricevuto la scorta, la quale in quei tempi non veniva utilizzata per i giornalisti. Joe è riuscito grazie al suo modi di essere empatico ad entrare nella psicologia dei personaggi che intervistava, riuscendo a capire lati oscuri e cose non dette.

Durante la sua carriera, il giornalista ha firmato diversi servizi nel campo del sociale e della politica estera. Tramite il suo reportage “Sciuscià 80”, andato in onda il 23 Dicembre del 1979, ha intervistato dei bambini napoletani dai 5 ai 10 anni, i quali non frequentando la scuola dell’obbligo, giravano la città in moto vivendo di piccoli furti.

>>> POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Morto Raffaele Cutolo, il boss della camorra che ispirò canzoni e film

Giuseppe Marrazzo, il modo di raccontare la realtà e come intervistava ha fatto la scuola del giornalismo

Ha scritto un libro nel 1984, intitolato “Il Camorrista”, il romanzo propone la ricomposizione della psicologia complessa del capo della Nuova Camorra Organizzata, il Don Raffaele Cutolo.

Infatti il giornalista l’aveva intervistato in diverse occasioni, con le sue interviste era riuscito ad avere delle dichiarazioni dalla cerchia dei “Cutolo” e nel libro descrive il potere e la persuasione del Boss.

Giuseppe Marrazzo ha spiegato nel libro il fascino “luciferino” che il boss aveva sui suoi scagnozzi, la capacità organizzativa e imprenditoriale, il fiuto per le occasioni politiche, il quale riuscì a dargli il carcere.

Da lì riusciva a controllare, dirigere ed organizzare il territorio vasto della Camorra, tramite Stato, Magistratura, politica e gestione dei brigatisti. In onore ai servizi offerti da Joe, la legislazione del 41 Bis è stata aggiunta in risposta alla situazione carceraria descritta dal giornalista.

Durante l’intervista tenuta con il Boss Cutolo, ci furono delle dichiarazioni scottanti, dove descrivevano il modo di pensare del camorrista. Il boss riuscì ad organizzare una rete di “amici” sia nel Tribunale di Napoli che al Ministeri di Grazia e Giustizia a Roma.

Tramite il denaro e la paura di una “revolverata”, è riuscito a “mettere il pepe in culo” anche all’uomo più intransigente, in questo modo ha avuto possibilità di agire sui trasferimenti, rafforzando le fila dell’organizzazione.

Nei carceri c’erano delle forze omogenee, ubbidienti e fedeli alla Camorra, in gradi di difendersi e di eseguire gli ordini più spietati e crudeli. C’era la maggioranza dei “cutoliani” tra tutti i detenuti dei padiglioni di Milano e Salerno, in questo modo riuscivano a controllare il carcere di Poggioreale.

Gli uomini che uscivano in semilibertà, rientravano la sera con pistole e mitragliette, i controlli erano gestiti con mazzette e ordini di “chiudere tutti e due gli occhi”.

C’era proprio l’idea di essere un esercito armato, lo stesso modus operandi venne svolto nelle carceri di Avellino, Santa Maria Capua Vetere e Salerno.

>>> POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Gomorra 5, Ciro Di Marzio è davvero Immortale: il post conferma il ritorno

Il rapimento di Cirillo dalle Brigate Rosse e l’intervento di Don Raffaele Cutolo

Nella vicenda del rapimento di Cirillo dalle Brigate Rosse, ci fu l’intervento di “Don Rafele”, il quele riuscì a portare l’assessore della Regione Campania in libertà, era il custode di alcuni segreti scottanti.

Ciro Cirillo, era la mente esecutiva e l’anima nera dell’organizzazione, da sempre era stato un impiegato della Camera di Commercio. In pochissimi anni era diventato miliardario, con un palazzo a Torre del Greco, una villa a Capri, possedeva una barca e aveva degli interessi all’estero con lunghi mesi di vacanza alle Hawaii.

Lo Stato cercò di impiegare tutte le sue forze e armi per riuscire a trovare l’assessore, i posti di blocco non bastarono per riuscire a trovarlo. Il carcere di Ascoli divenne una sorta di crocevia per politici di primo piano.

>>> POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra: chi è il fratello Paolo

L’organizzazione di Cutolo era orgogliosa di esser stata chiamata da personaggi importanti a risolvere, ed arbitrare un caso nazionale di questo calibro.

Fu arrangiato una sorta di patto, dove Ciro Cirillo venne liberato su pagamento di un riscatto alle Brigate Rosse, e alla promessa di sconti di pena, tra cui c’erano anche dei trasferimenti più confortevoli per tutti gli affiliati della Nuova Camorra Organizzata.

Il Boss Raffaele Cutolo aveva già dei trattamenti di favore nella sua prigione, infatti in cella, proprio nel carcere di Ascoli aveva un Rosai e un Modigliani. Inoltre, il camorrista Cutolo aveva un grande rispetto per Giuseppe Marrazzo, proprio perché aveva avuto un ruolo fondamentale nel caso.