Maria, testimone di giustizia: l’ex compagna del boss e la sua scelta

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La storia della testimone di giustizia che si definisce vittima perché abbandonata dallo Stato: “Come in carcere, ho provato il suicidio”

Getty Images

Passare dalla parte dello Stato e dare una mano decisiva nella lotta alla mafia per poi non avere in cambio il supporto e promesse che sono messe nero su bianco con una legge. Questa è la storia di Maria, nome di fantasia dato alla donna protagonista del racconto della trasmissione Radio Rai1 Fuorigioco, la prima che nel 2019 riportò alla ribalda la sua vicenda.

Era la donna di un ex boss di Cerignola, nel foggiano, e recrimina le mancanze che lo Stato ha avuto verso di lei, in particolare con quello che prevede l’ultima legge sui pentiti del febbraio 2018. “Sono stata abbandonata”, ha detto, “mi sento in prigione.

Maria ha fatto tanto contro lo mafia. Con la sua decisiva testimonianza ha confermato le parole di altri pentiti nei primi anni ’90 portando alla conclusione l’operazione Cartagine nel 1994 con 53 condanne di cui 17 ergastoli.

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Maria, dalla parte della Stato e “vittima di Mafia

Nel libro Non la picchiare così. Sola contro la mafia, c’è la storia di Maria scritta da Francesco Minervini ed edito da La Meridiana. Perché Maria dall’ex boss rimase incinta ma lui voleva che abortisse e la picchiava con la mazza da baseball. Una volta la portò in campagna e la denudò, dicendo che sarebbero arrivati i suoi amici a violentarla. Alla sua supplica di lasciarla andare, lontano, lui rispose urinandola in faccia.

Il figlio è riuscita a tenerlo e da maggiorenne ha poi fatto la scelta di rinunciare al programma di protezione. Lei è rimasta nelle mani dello Stato ma come se fosse in prigione e si definisce “vittima di mafia”. Aveva trovato un lavoro, perso per motivi di salute, e quando chiese un aiuto alla Commissione Centrale di Protezione le risposero che era già stata pagata. Una vita carica di paure, sposamenti continui, con difficoltà ad avere notizie della sua famiglia e per tre volte ha tentato il suicidio.

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La legge del 2018 definisce meglio la differenza tra collaboratore di giustizia e testimone di giustizia. Il primo è il cosiddetto pentito, persona che ha commesso dei reati che ha poi svelato ai magistrati, anche quelli di altri. Il testimone è chi non ha commesso reati ma ha assistito e per questo è comunque in pericolo. Ma le procedure macchinose, la lenta burocrazia e gli ostacoli delle amministrazioni, rendo la vita ancora più difficile della precedente per un testimone.