La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia a un risarcimento per un processo in cui non è stata rispettata la vita privata di una presunta vittima di stupro, veicolando pregiudizi sul ruolo delle donne nella società.
Nel 2015 una sentenza della Corte d’appello di Firenze assolse sette imputati accusati di aver compiuto nel 2008 uno stupro di gruppo a Fortezza da Basso, in Toscana. Secondo l’accusa avevano abusato di una ragazza dopo averla fatta ubriacare: sei di loro erano stati condannati in primo grado nel 2013, ma in appello erano poi stati tutti assolti.
La presunta vittima della violenza ha deciso così di fare ricorso alla Corte di Strasburgo, chiedendo di esprimersi non sull’assoluzione dei suoi “aguzzini”, ma sul contenuto della sentenza che a sua parere l’ha discriminata, violando la propria vita privata. Adesso l’organo giurisdizionale internazionale, istituito sessant’anni fa dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ha emesso la sua sentenza.
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Alla fine la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato i diritti della presunta vittima di Fortezza da Basso. Secondo quanto si legge dalla documentazione, citata dall’Ansa, la sentenza di quel processo contiene “dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima”, “dei commenti ingiustificati” e un “linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana”.
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La Corte di Strasburgo ha così accolto il ricorso della donna e ha stabilito per lei un risarcimento per danni morali da parte dell’Italia pari a 12mila euro. Secondo i giudici europei le motivazioni di secondo grado della Corte d’appello di Firenze sono state inappropriate: tra queste, il riferimento alla biancheria intima indossata dalla donna la sera dei fatti, come anche i commenti sulla sua bisessualità e le sue relazioni sentimentali.
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